Caro Stefano,
febbraio 11, 2010 at 9:34 am Lascia un commento
scrivere una lettera, ha detto non mi ricordo più chi, vuol dire parlare con la speranza di non essere interrotti. Io penso invece che scrivere una lettera significhi soprattutto esprimere ciò che alle volte, per molti motivi, non si riesce a dire guardandosi negli occhi. Perché spesso si comincia parlando e si finisce ridendo oppure alzando la voce, o gridando o, peggio ancora, piangendo. Perché quando genitori e figli si parlano entrano in gioco dinamiche complicate che non permettono quasi mai di essere sinceri fino in fondo. Gli uni e gli altri. Perché alle volte le nostre discussioni – e me ne assumo tutta la responsabilità – diventano più che altro, come vogliamo chiamarli, monologhi, sermoni, prediche?
Allora ti scrivo. Per fare chiarezza soprattutto a me stessa.
Ti ho detto tante volte che sto cercando di fare il mio mestiere, quello di madre, meglio che posso. Nessuno me l’ha insegnato. Per diventare impiegata ho seguito dei corsi, ho dovuto sostenere un concorso e ancora adesso, dopo più di vent’anni, periodicamente partecipo a corsi di formazione per approfondire certi aspetti della mia professione e per essere informata sulle novità che interessano il settore.
Per diventare genitore, invece, non è richiesta nessuna preparazione specifica e, se anche qualcuno la desiderasse, dove se l’andrebbe a cercare? Esistono i corsi di preparazione al parto, quelli sì. Ti insegnano tecniche di rilassamento per affrontare e superare quel preciso momento. Organizzano qualche incontro con un pediatra che ti spiega come cambiare i pannolini al bebè, come affrontare i primi giorni, le prime malattie. Ma poi, una volta a casa col bambino, mamma e papà devono cavarsela da soli. Magari con i consigli di nonni, parenti, amici. Ma alla fine ognuno fa ricorso al proprio buon senso, alla propria esperienza di figlio, solo rovesciata, perché la prospettiva, il punto di vista da cui si devono affrontare tutti i problemi e le difficoltà (ma anche le gioie) sono completamente diversi.
Un famoso psichiatra ha detto che i genitori, con i figli, sbagliano sempre, qualunque cosa facciano. L’importante è che sbaglino in buona fede. L’importante è che, qualunque scelta facciano per e con i propri figli, la facciano con onestà. Io credo che avesse ragione.
Io ti guardo, Stefano, e vedo un ragazzo bravo e intelligente e serio nelle cose che fa. Stimo moltissimo le tue qualità e credo di saperle riconoscere senza esagerare, complici il mio amore per te e, anche, il mio orgoglio di madre. Conosco bene la curiosità verso il mondo che ti circonda apprezzo tua caparbia passione per lo sport, mi commuove la tua sensibilità, a volte mi sorprende la tua etica dell’amicizia.
Vedo anche, però, le difficoltà nascoste dietro a certe tue spavalderie, vedo i momenti di tristezza e di paura camuffati o addirittura nascosti dall’arroganza tipica dell’adolescenza. Vedo la convinzione di farcela da solo, la certezza di non aver bisogno dei miei consigli.
Bisogna sbagliare da soli. Lo so. Questo è vero. È anche vero però che, da parte mia, sarebbe troppo comodo non suggerirti delle strade, delle soluzioni offrirti quello che la mia esperienza mi può suggerire. Poi tu deciderai, naturalmente, nel corso della tua vita, come vorrai. Ma io credo di avere il dovere di esserci, non solo per il fatto di essere qui, con te, nella stessa casa, di fornirti le cose materiali di cui hai bisogno, ma anche di esserci come persona. Io credo di avere anche il diritto di litigare con te se lo ritengo necessario, di scontrarmi contro certi tuoi atteggiamenti. Credo di avere il dovere di fermarti quando sono convinta che stai sbagliando strada, per mostrarti quella che credo giusta. Poi tu, naturalmente, se vorrai, potrai continuare il tuo percorso, sbagliato che sia, o anche tornare indietro.
Alle volte mi rimproveri e mi porti come esempio altri genitori, certi genitori di tuoi amici. Invidi la loro condiscendenza, invidi la loro cedevolezza su certe questioni che per me, invece, sono fondamentali.
Mi rimproveri la mia diversità, vorresti sentirti più parte del “branco”. Lo capisco, sai. Non credere che io non comprenda il tuo desiderio di essere accettato, di omologarti al gruppo, di fare le stesse cose che fanno i tuoi coetanei. Certi tuoi coetanei che ti sembrano più “fighi”, più “duri”, più “tosti”.
Quando tu sei nato sapevo che questo significava non soltanto darti amore, una casa confortevole, del cibo, degli abiti, e tutto ciò che serve per vivere dignitosamente. Sapevo anche che avrei dovuto e voluto, crescerti ed educarti perché potessi diventare una persona capace di cogliere la vita nella sua complessità. Una persona in grado di scegliere tra le varie opportunità che il mondo offre (e sono tante). Per questo mi sentirei umiliata nel vedere mio figlio trascorrere il suo tempo tra videogiochi, televisione spazzatura, messaggini al cellulare e discoteca.
Io lo so che sei un ottimo figlio. Sei bravo, sei educato e rispettoso, soprattutto fuori di casa (così almeno mi dicono), sei sensibile, arguto e intelligente.
I tuo professori ti stimano almeno quanto i tuoi genitori. Ma dicono, come diciamo noi, che non hai un carattere facile. Un famoso aforisma dice: “Aveva, come tutti gli uomini di carattere, un pessimo carattere”. E su questo tu ci giochi, anche, un po’.
Ti piace anche, alle volte, incaponirti nelle tue testardaggini. Quando, sapendo benissimo di essere in torto, difendi l’indifendibile. Ti arrabbi e piangi per ammettere, alla fine, che avevo ragione. Poi magari ci ridiamo su, insieme. Ma intanto, che fatica, che stanchezza. Ne usciamo esausti tutti.
Potrei dire, come dicevano i miei genitori: sei un ragazzo fortunato, hai tante opportunità da sfruttare, hai dei genitori che, nel limite delle loro possibilità, cercano di accontentarti. Non lo dirò invece, perché so che sarebbe sbagliato. Che sarebbe controproducente. Perché so anche che in certe cose non ti accontento affatto.
Sono una bella rompiscatole, so anche questo. Nemmeno io ho un carattere facile, del resto. La pera non casca lontano dall’albero, diceva mia nonna. E infatti so benissimo di darti, insieme al mio amore e al mio incondizionato sostegno, del filo da torcere. Anzi, guarda, penso che non ti faccia male allenarti un po’ con me. Nella vita non ti capiterà di incontrare persone che ti danno sempre ragione, che fanno sempre quello che vuoi, che ti accontentano in tutto e per tutto. Dovrai mediare, lottare per difendere i tuoi diritti, affinare la dialettica. Dovrai incazzarti, qualche volta, ma in modo efficace per farti rispettare. Soprattutto dovrai saper desiderare, per poi impegnarti ad ottenere ciò che desideri. Tanto vale che cominci a confrontarti con qualcuno che ti vuole bene, no?
So che, tra noi, c’è anche molta tenerezza e una buona dose di complicità. Anche se, adesso che sei cresciuto, ti vergogni a farti coccolare e, se ti vengo vicino, ti ritrai infastidito come se accogliere una mia carezza o un mio bacio ti togliesse credibilità, ti respingesse verso un’infanzia da cui stai prendendo le distanze. Giustamente.
Sono tutte cose che io ho già vissuto. Non le ho dimenticate, sai. Anche se sono passati più di trent’anni, ormai, dalla mia adolescenza, me la ricordo bene.
Io ti guardo quando sei triste, quando te ne stai in silenzio a pensare a chissà che, quando hai i nervi e non vuoi dirmene il motivo. Quando preferisci parlare con i tuoi amici e non vuoi raccontarmi che cos’è che ti fa soffrire. Provo per te tanta tenerezza, anche quando sono proprio i tuoi “nervi” che magari mi fanno andare in bestia.
C’è una cosa che non ti ho mai detto, credo. Una cosa che vorrei dirti da tanto. Chissà se riuscirò a spiegartela. Ci provo, almeno.
Io sono la tua mamma. Giusto? Una mamma che tutto dovrebbe comprendere e perdonare, secondo lo stereotipo classico universalmente accettato. Una mamma che tutto dovrebbe sacrificare a suo figlio. Dovrebbe. Beh, Stefano . Io sono una mamma un po’ diversa. Io so di essere, oltre che una mamma, una donna ma anche – e prima di tutto – una persona.
Credo sia giusto. Credo che debba essere così. Così è per me, almeno.
E come persona credo di avere diritto al rispetto, un rispetto che devo tributarmi io per prima, se voglio che mi rispettino anche gli altri. Per questa ragione non mi sono mai uniformata all’immagine “poetica” della tipica mamma italiana. Sacrifici ne ho fatti, altroché, in tutti questi anni, e li ho fatti volentieri. Sacrifici economici, anche.
So bene che per certi versi ti piacerebbe avere una mamma che profuma di torte e di bucato, una mamma che previene ogni tuo desiderio e che tiene in ordine per te la tua scrivania. Ma una mamma così prima o poi chiede il conto, sai. Una mamma così si separa molto difficilmente dai suoi figli perché ad essi ha delegato il suo rapporto con la vita e con il mondo. Io non so essere, non voglio essere una mamma così.
So di essere, a volte, poco presente, anche se l’immagine di “mamma che non è mai a casa” è ormai diventata un po’ un tormentone. Sono una donna che lavora – e questo potrebbe essere motivato da necessità economiche – ma sono anche una donna che vuole coltivare i suoi interessi e che cerca di farlo per rispetto di sé stessa. Tu sei molto importante per me (non saprei immaginare la mia vita senza di te) ma ci sono anche altri aspetti della vita che sono, per me, importanti. La lettura ad esempio. Senza libri mi sentieri mutilata.
Quando tu eri piccolo è stata dura. Ci sono stati anni in cui non riuscivo nemmeno a leggere una pagina, in cui gli unici incontri che facevo erano con la cassiera del supermercato o con le mamme dei tuoi compagni di classe a qualche festa di compleanno.
Andare d’accordo non è tanto semplice, lo vedi anche tu nel tuo piccolo, considerando i tuoi rapporti con gli amici, o all’interno della famiglia. Ci vuole pazienza, tolleranza, comprensione e anche una buona dose di incoscienza, alle volte, per superare certi osta-coli. Ci vogliono, secondo me, anche gli scontri, le litigate, se servono a chiarirsi e a sfogarsi. Così come succede anche a te e a me, qualche volta. Questo non vuol dire che non ci vogliamo bene, anzi.
Potrei, vorrei scrivere ancora tante cose. Potrei, vorrei dirti quanto ti voglio bene e quanto mi piaci. Quanto trovo di me e di papà nel tuo viso, nei tuoi modi e nel tuo carattere. Quanta ammirazione ho per le tue capacità e per la tua indipendenza, anche se quest’ ulti-ma, alle volte mi dà dei pensieri.
Ma forse mi sono dilungata troppo.
Vivi bene la tua vita. Auguri tesoro.
Un bacio dalla tua mamma.
Entrata archiviata sotto: SENSAZIONI. Tags: mio figlio.



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